Casale Chiari (conosciuto come villa di Faonte)
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tipologia:
Villa
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quota:
45m -
anno:
0 -
epoca:
Imperiale
Casale Chiari (conosciuto come villa di Faonte)
Alla fine di via Passo del Turchino, traversa di via delle Vigne Nuove, sono presenti resti di una cisterna a due vani intercomunicanti su archi che, secondo alcuni studi dell'Ottocento, apparteneva ad una villa di grandi dimensioni probabilmente divisa in due parti, una rustica e l'altra abitativa.
Le dimensioni della villa ed il ritrovamento di una lastra di marmo con inciso il nome di Claudia Egloge (nome della nutrice di Nerone) fecero supporre si trattasse della villa di Faonte, dove si uccise l'imperatore Nerone. Ad oggi non si può essere certi della validità di quest'ipotesi vista la presenza di numerose ville nella zona e la diffusione del nome Egloge, presente sull'epigrafe, che oltretutto non venne rinvenuta in sito. Inoltre è ancora da identificare l'ubicazione della via Patinaria (luogo ricordato da più storici come quello nel quale si uccise Nerone) vista la fitta rete viaria che collegava le consolari Salaria e Nomentana.
Si tratta dei resti di strutture murarie localizzati all'interno di un'area sottoposta a vincolo archeologico, chiamata "Villa Faonte", visibili dall'esterno della recinzione che la delimita. La struttura meglio visibile è situata al termine di via Passo del Turchino, prospiciente alla strada. Si tratta di una struttura muraria costituita da una serie di sei arcate poggianti su pilastri con cortina in opera laterizia. Le arcate, a tutto sesto, hanno la ghiera in laterizi, mentre tra un'arcata e l'altra la cortina è in opera reticolata. Le arcate conservano ancora sulla sommità l'attacco della volta a botte che originariamente dovevano sorreggere. La struttura, con orientamento NE-SO, sembra far parte di un ambiente rettangolare, appena visibile, con cortina interna in opera reticolata. Il conglomerato di tali strutture si presenta costituito, a volte, di tufo giallo e rosso e di malta, a volte di selce, tufo e malta. Sia queste strutture che le altre, visibili solo in lontananza, si presentano in gran parte interrate.
Era il 9 giugno del 68. Nerone era in fuga da Roma, l'impero gli aveva voltato le spalle e anche i suoi fedelissimi lo avevano abbandonato. La fine era vicina, ma per una personalità come la sua, capace di esclamare «qualis artifex pereo!» (quale artista muore con me!) un istante prima del trapasso, era un un pensiero impraticabile. Su Nerone storia, verità e leggenda si confondono in un'aurea di mistero che gli archeologi della Sorprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma stanno dipanando, lavorando sulle fonti, attraverso l'analisi dei luoghi e l'esplorazione del sottosuolo perché ciò che l'Urbe nasconde "sotto" spesso rivela com'era "sopra". Su Nerone, ad esempio, la ricerca sulle ultime ore si sposta nella zona nord del Suburbio che un tempo faceva parte della campagna, oggi inglobata nella periferia. L'area è tra Vigne Nuove e Bufalotta, in via Passo del Turchino, dove un giardino pubblico ancora in embrione sarà destinato a diventare «parco archeologico» tra i nuovi palazzi di una città diventata sempre più grande, a testimoniare l'esistenza del luogo che Nerone vide per l'ultima volta: la villa di Faonte. Il liberto che aveva affrancato e presso il quale aveva cercato riparo. «Il condizionale è d'obbligo - anticipa il prof. Francesco di Gennaro responsabile per la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma - tuttavia Svetonio riferisce che Nerone fugge da Roma in preda ai tumulti. Si muove a cavallo lungo la Nomentana con alcuni pretoriani nascondendo il viso per non farsi riconoscere anche se un colpo di vento gli sposta il mantello scoprendogli il volto. Sappiamo ancora - prosegue l'esperto - che giunto tra il III e il IV miglio tra la Salaria e la Nomentana gira su un bivio secondario che porta alla villa suburbana di Faonte». I resti dell'antica cisterna romana e il reticolato di cunicoli idraulici sottostanti che si dipanano per decine di metri sotto i palazzi fino a via Cadibona, e forse oltre, raccontano l'esistenza in superficie di una villa agricola, ampia, dotata di un sistema di raccolta e di irrigazione delle acque di età imperiale. Forse proprio della Villa di Faonte. «Nei primi anni del '900 in quel luogo sorgerva il Casale Chiari - puntualizza l'archeologo - e la scoperta di una epigrafe funeraia col nome di Egloge, lo stesso nome della nutrice di Nerone, contribuì ad avvalorare l'ipotesi di lavoro sull'importanza storica del luogo». Ma c'è dell'altro. Grazie al lavoro conservativo in superficie di quel che resta, e quello esplorativo del sottosuolo, l'ipogeo realizzato da maestranze specializzate dell'epoca, ampliato in epoca più recente e destinato a cantina, pozzo o rifugio - corrisponderebbe al luogo dove i servi del liberto Faonte avrebbero accolto di nascosto l'imperatore per non esporlo a rischi ulteriori. «Quel 9 giugno di pioggia - prosegue nel racconto il prof di Gennaro - Nerone arrivò nella casa dell'ex schiavo probabilmente nel momento meno adatto. Forse c'era gente, Faonte non voleva mettere a repentaglio la sicurezza dell'imperatore e per questo lo fa accogliere furtivamente dai servi. Nell'attesa di sistemarlo come si conviene - prosegue Francesco di Gennaro - lo invitano a rifugiarsi nella cava d'arenaria (forse proprio quella accanto ai resti della Villa di Faonte). L'imperatore rifiuta con disprezzo e afferma che «Nerone non andrà mai sottoterra finché è vivo». Mentre è fuori dalla Villa beve acqua piovana, ma una volta entrato all'interno rifiuta il pane di vile fattura. Alla fine accede nella Villa del liberto Faonte, da un pertugio aperto nella recinzione, e attende notizie da Roma. Ma la situazione è perduta e in poche ore si conclude la vita e l'opera del divino Nero con il suicidio "assistito" di uno schiavo. Ecco, tutto questo che Svetonio e le fonti raccontano potrebbe essere accaduto proprio qui, tra via Passo del Turchino e via della Villa di Faonte, dove un superbo cedro sovrasta e fa da collante ai resti di ciò che un tempo fu l'ultima villa dell'imperatore.
(da Iltempo.it del 25 agosto 2011)
Le dimensioni della villa ed il ritrovamento di una lastra di marmo con inciso il nome di Claudia Egloge (nome della nutrice di Nerone) fecero supporre si trattasse della villa di Faonte, dove si uccise l'imperatore Nerone. Ad oggi non si può essere certi della validità di quest'ipotesi vista la presenza di numerose ville nella zona e la diffusione del nome Egloge, presente sull'epigrafe, che oltretutto non venne rinvenuta in sito. Inoltre è ancora da identificare l'ubicazione della via Patinaria (luogo ricordato da più storici come quello nel quale si uccise Nerone) vista la fitta rete viaria che collegava le consolari Salaria e Nomentana.
Si tratta dei resti di strutture murarie localizzati all'interno di un'area sottoposta a vincolo archeologico, chiamata "Villa Faonte", visibili dall'esterno della recinzione che la delimita. La struttura meglio visibile è situata al termine di via Passo del Turchino, prospiciente alla strada. Si tratta di una struttura muraria costituita da una serie di sei arcate poggianti su pilastri con cortina in opera laterizia. Le arcate, a tutto sesto, hanno la ghiera in laterizi, mentre tra un'arcata e l'altra la cortina è in opera reticolata. Le arcate conservano ancora sulla sommità l'attacco della volta a botte che originariamente dovevano sorreggere. La struttura, con orientamento NE-SO, sembra far parte di un ambiente rettangolare, appena visibile, con cortina interna in opera reticolata. Il conglomerato di tali strutture si presenta costituito, a volte, di tufo giallo e rosso e di malta, a volte di selce, tufo e malta. Sia queste strutture che le altre, visibili solo in lontananza, si presentano in gran parte interrate.
Era il 9 giugno del 68. Nerone era in fuga da Roma, l'impero gli aveva voltato le spalle e anche i suoi fedelissimi lo avevano abbandonato. La fine era vicina, ma per una personalità come la sua, capace di esclamare «qualis artifex pereo!» (quale artista muore con me!) un istante prima del trapasso, era un un pensiero impraticabile. Su Nerone storia, verità e leggenda si confondono in un'aurea di mistero che gli archeologi della Sorprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma stanno dipanando, lavorando sulle fonti, attraverso l'analisi dei luoghi e l'esplorazione del sottosuolo perché ciò che l'Urbe nasconde "sotto" spesso rivela com'era "sopra". Su Nerone, ad esempio, la ricerca sulle ultime ore si sposta nella zona nord del Suburbio che un tempo faceva parte della campagna, oggi inglobata nella periferia. L'area è tra Vigne Nuove e Bufalotta, in via Passo del Turchino, dove un giardino pubblico ancora in embrione sarà destinato a diventare «parco archeologico» tra i nuovi palazzi di una città diventata sempre più grande, a testimoniare l'esistenza del luogo che Nerone vide per l'ultima volta: la villa di Faonte. Il liberto che aveva affrancato e presso il quale aveva cercato riparo. «Il condizionale è d'obbligo - anticipa il prof. Francesco di Gennaro responsabile per la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma - tuttavia Svetonio riferisce che Nerone fugge da Roma in preda ai tumulti. Si muove a cavallo lungo la Nomentana con alcuni pretoriani nascondendo il viso per non farsi riconoscere anche se un colpo di vento gli sposta il mantello scoprendogli il volto. Sappiamo ancora - prosegue l'esperto - che giunto tra il III e il IV miglio tra la Salaria e la Nomentana gira su un bivio secondario che porta alla villa suburbana di Faonte». I resti dell'antica cisterna romana e il reticolato di cunicoli idraulici sottostanti che si dipanano per decine di metri sotto i palazzi fino a via Cadibona, e forse oltre, raccontano l'esistenza in superficie di una villa agricola, ampia, dotata di un sistema di raccolta e di irrigazione delle acque di età imperiale. Forse proprio della Villa di Faonte. «Nei primi anni del '900 in quel luogo sorgerva il Casale Chiari - puntualizza l'archeologo - e la scoperta di una epigrafe funeraia col nome di Egloge, lo stesso nome della nutrice di Nerone, contribuì ad avvalorare l'ipotesi di lavoro sull'importanza storica del luogo». Ma c'è dell'altro. Grazie al lavoro conservativo in superficie di quel che resta, e quello esplorativo del sottosuolo, l'ipogeo realizzato da maestranze specializzate dell'epoca, ampliato in epoca più recente e destinato a cantina, pozzo o rifugio - corrisponderebbe al luogo dove i servi del liberto Faonte avrebbero accolto di nascosto l'imperatore per non esporlo a rischi ulteriori. «Quel 9 giugno di pioggia - prosegue nel racconto il prof di Gennaro - Nerone arrivò nella casa dell'ex schiavo probabilmente nel momento meno adatto. Forse c'era gente, Faonte non voleva mettere a repentaglio la sicurezza dell'imperatore e per questo lo fa accogliere furtivamente dai servi. Nell'attesa di sistemarlo come si conviene - prosegue Francesco di Gennaro - lo invitano a rifugiarsi nella cava d'arenaria (forse proprio quella accanto ai resti della Villa di Faonte). L'imperatore rifiuta con disprezzo e afferma che «Nerone non andrà mai sottoterra finché è vivo». Mentre è fuori dalla Villa beve acqua piovana, ma una volta entrato all'interno rifiuta il pane di vile fattura. Alla fine accede nella Villa del liberto Faonte, da un pertugio aperto nella recinzione, e attende notizie da Roma. Ma la situazione è perduta e in poche ore si conclude la vita e l'opera del divino Nero con il suicidio "assistito" di uno schiavo. Ecco, tutto questo che Svetonio e le fonti raccontano potrebbe essere accaduto proprio qui, tra via Passo del Turchino e via della Villa di Faonte, dove un superbo cedro sovrasta e fa da collante ai resti di ciò che un tempo fu l'ultima villa dell'imperatore.
(da Iltempo.it del 25 agosto 2011)
Bibliografia
Roma Montesacro - www.romamontesacro.it







