Ponte della Mola
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tipologia:
Ponte
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quota:
177m -
anno:
126 -
epoca:
Imperiale
Ponte della Mola
Il Ponte della Mola è uno dei più maestosi ponti presenti nei territori fra Gallicano nel Lazio e San Gregorio da Sassola. Il ponte, il cui nome deriva dalla presenza nelle vicinanze di un'antica mola, attraversa l'omonima valle grazie ad una serie di 22 archi su doppio ordine per una lunghezza di 155,5 metri e raggiungendo un'altezza massima di 24,5 metri. La larghezza media degli archi è 4 metri ma per l'arco che passava il torrente principale la larghezza era di 6,25 metri (attualmente crollato, visibili i resti).
Si tratta di un intervento successivo alla costruzione dell'Anio Vetus, effettuato ai tempi dell'imperatore Adriano (II sec. d.C.) per accorciarne il percorso di un paio di chilometri visto che originariamente aggirava la vallata e la attraversava in un punto di quota minima. Infatti, in precedenza furono costruiti in successione altri due ponti nei pressi del Ponte San Pietro ma vennero abbandonati perché sistematicamente divelti dalle acque. Lungo la sponda sinistra del Fosso della Mola, a monte del ponte, è possibile ritrovare ancora diversi resti di pozzi e depositi calcarei inerenti lo speco poi abbandonato.
L'opera, realizzata in calcestruzzo romano ricoperto con opus reticolatum, con utilizzo di blocchi di tufo nei piedritti e opera laterizia per lo speco, è caratterizzata da una certa asimmetria, necessaria per il ricongiungimento con il condotto originale posto ad una quota inferiore. Si decise infatti che sarebbe stato più sicuro una pendenza, anziché costante su tutto il ponte, nelle prime 18 arcate del 7,66% (1,08 metri su 141,6 metri di lunghezza), per passare poi nelle ultime quattro alla notevole pendenza del 163,5% (4,09 metri su 25 metri). Il getto d'acqua veniva poi direttamente incanalato nello speco, ancora visibile pochi metri più avanti rispetto alla fine del tratto in forte discesa. La quota dello speco visibile sulla sponda nord è stata livellata da Reina a 177,86 mslm.
Purtroppo nel 1965 è crollata la parte centrale del ponte, per un tratto di tre doppie arcate mentre una quarta doppia arcata fu successivamente demolita per motivi di sicurezza. Rimangono a testimonianza del ponte nella sua unitarietà, le foto scattate dagli archeologi dei primi del '900 (Thomas Ashby in primis), che evidenziano le strutture a doppia arcata non più esistenti in un contesto bucolico molto più arido di vegetazione rispetto ad oggi. Nei primi anni '80 del Novecento il ponte è stato interessato da un intervento di restauro da parte della Soprintendenza Archeologica del Lazio, che ha messo in sicurezza le arcate sulla sponda nord, mentre nessun intervento è stato effettuato sulla sponda opposta.
Sulla sponda nord, ripida e scoscesa, sono presenti diversi resti di pozzi tutti totalmente ostruiti, ma è difficile attribuirne l'appartenenza in quanto sulla stessa sponda passa anche lo speco dell'Aqua Marcia, diretto verso il Ponte San Pietro. Sulla sponda sud invece, è possibile seguire un percorso con numerosi pozzi appartenenti all'Anio Vetus. Il condotto visibile in fondo a tali pozzi è anch'esso un rifacimento adrianeo che si collega al condotto originario in un punto che è stato individuato poco sotto la Via Polense.
Tale sistema di acquedotti antichi (percorso originario e percorso adrianeo) è stato integrato da un ulteriore sistema idraulico che serviva le mole della zona (Mola San Gregorio e Mola Brancaccio) tramite un percorso ancora percorribile con attrezzatura idonea. Sono dislocate sulla sponda sinistra del fosso le torrette di accesso al sistema idraulico di servizio alle mole (almeno tre) che servivano come sbocchi di "troppo pieno" regolati da chiusini metallici ancora in situ. Addossato al Ponte della Mola, sul lato nord della sponda sud, esisteva una mola di cui sono ancora visibili scarni resti dell'ambiente principale e un seminterrato con volta a botte. Sul lato opposto invece insisteva la gora della mola, un grande bacino di raccolta delle acque che aveva richiesto l'obliterazione parziale di alcune arcate, e che forniva un importante riserva d'acqua per il funzionamento delle mole nei periodi di secca. Alcune foto di T. Ashby ne testimoniano l'esistenza.
Bibliografia
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D'AGOSTINO, A. (2001) Anio Vetus: nuove acquisizioni e rilettura del tracciato, p.188 - archeologiasotterranea.com
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