Acquedotto Rivellese

  • tipologia:
    Acquedotto
  • quota:
    245m
  • anno:
    0


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Acquedotto Rivellese


L'ACQUEDOTTO RIVELLESE


 


L’antico insediamento di Tibur, stanziato sulla riva sinistra dell’Aniene dal 1200 a.C., ha avuto la fortuna di trovarsi sul percorso degli acquedotti romani che rifornivano la capitale dell'Impero. Dal 272 a.C., anno di attivazione dell'Anio Vetus, il flusso idrico aumentò costantemente con la costruzione delle più recenti aquae (Aqua Marcia, Aqua Claudia e Anio Novus), e delle derivazioni che da esse dipartivano per rifornire il fiorente centro tiburtino. In epoca tarda poi, causa incuria e abbandono, si ridusse notevolmente la quantità di acqua trasportata a Roma, ma è presumibile che Tivoli continuò ad essere rifornita in maniera adeguata ancora per qualche tempo. In pieno medioevo, i condotti cominciarono sicuramente a cedere anche verso le sorgenti, lasciando a secco tutti i centri abitati nella valle dell'Aniene e costringendo i tiburtini a ripiegare sulla fonte d'acqua a loro più accessibile: il fiume Aniene. Il suo percorso e utilizzo si intrecciò indissolubilmente con la storia urbanistica di Tivoli, e con la vita dei suoi abitanti. Tale tipologia di approvvigionamento non aveva, per ovvie ragioni, i requisiti di potabilità necessari al consumo per la popolazione locale. Per secoli perdurò questa situazione, fino a quando la spinta rinnovatrice di matrice rinascimentale e la disponibilità economica dell'aristocrazia papale, ravvivarono gli antichi fasti lungo i pendii dei colli tiburtini.


Nel 1560, il cardinale Ippolito II d'Este venne riconfermato governatore della città, e poté finalmente dare l'impulso decisivo alla sua desiderata residenza ufficiale, degna di cotanto personaggio e della sua casata. L'architetto Pirro Ligorio progettò un giardino dotato di numerose fontane e giochi d'acqua, che si sviluppavano lungo i terrazzamenti del crinale posto a tergo del Palazzo, affacciato sull’Agro Romano. L'importante richiesta di risorse idriche per il funzionamento di tale magnificente apparato scenografico fu la giusta occasione per porre rimedio alla mancanza di acqua potabile nel centro cittadino Tivoli. Nello stesso anno, il tiburtino Girolamo Croce, insieme al figlio Monsignor Giovanni Andrea (vescovo di Tivoli dal 1554 al 1595) donavano alla comunità l'acqua Rivellese, chiamata anche Vergine, che sorgeva nella sua tenuta in vocabolo Arci. Ippolito II promosse la costruzione dell'acquedotto partecipando alla metà delle spese, e l'anno seguente l'acqua raggiunse Tivoli tramite condotta.


 


In linea generale, possiamo dire che la quota dell'abitato si pone a livelli maggiori rispetto alle emergenze sorgive dei monti circostanti. Le poche sorgenti disponibili dovevano essere recepite a considerevole distanza, avevano portate ridotte, ed erano soggette a forti variazioni stagionali. Questi aspetti negativi non fermarono comunque il progetto di approvvigionamento voluto dal cardinale estense.


 


Un primo cenno bibliografico è quello di Tommaso Neri, medico, in un suo scritto che si intitola "La Salubrità dell'Aria di Tivoli" del 1622, appena 62 anni dopo la costruzione dell’acquedotto. Il nome “Rivellese” ha origine del tutto incognite già in quell’epoca, e la fonte sorgiva non va confusa con un’altra omonima che si trova presso il Ponte dell’Acquoria. La sorgente di nostro interesse è localizzata da Neri sui pendii rivolti ad est, sul Monte Sant’Angelo in Arcese. La localizzazione “verso il sorgere del sole” rispetterebbe per l’autore il criterio fondamentale di salubrità riportato da Ippocrate nel De aeris aquis et locis. La sua distanza dalla città di Tivoli è di due miglia (circa 3 km) ponendo quindi la sorgente sui pendii suddetti, di fronte al Colle Stonio. L’acqua viene definita come limpida e di ottima qualità, tendente al sapore dolce, e sicuramente migliore di quella dell’Aniene. Veniva raccolta in un invaso e poi inviata in condotti sotterranei.


Grazie ad una livellazione effettuata nel 1818 per conto del Comune di Tivoli (Archivio Storico Comunale) riportata su pianta acquarellata, è possibile ricostruire in maniera approssimativa le distanze e le quote dei 16 bottini in cui l'acquedotto era suddiviso. La pianta non è in alcun modo sovrapponibile alle moderne cartografie, ma evidenzia un tracciato con andamento parallelo alle linee di quota. Per ognuno dei bottini vi è la distanza dal precedente (espressa in "canne") e la quota rispetto al fondo dell'acquedotto alla sorgente (espressa in "palmi"). L'indeterminatezza sulla conversione di tali unità di misura in metri, fa variare la lunghezza totale dell'acquedotto tra 4160 m e 4660 m, mentre la perdita totale di quota varia tra 23,6 e 28 m.


Il termine dell'acquedotto è fissato al primo "spartimento": si tratta della prima ripartizione che subisce il condotto per suddividere l'acqua tra l'utilizzo del Palazzo Estense e l'utilizzo pubblico per la città (la cosiddetta "Comunità"). Tale ripartizione si doveva trovare nell'area del Convento dei Frati Cappuccini, poco prima dei demoliti archi che conducevano alla Rocca Pia e che sostenevano lo speco dell'Acqua Rivellese. La sorgente invece, all'estremità opposta e con le dovute approssimazioni, è localizzata in contrada Arci-Empolitana, dove uno stradello conduce ad un ingresso chiuso, il quale dovrebbe racchiudere il bottino di captazione. La quota in superfice è piuttosto alta (293 mslm) rispetto a quella attesa, in quanto l'area del Convento dei Cappuccini si trova a 260 mslm, non compensati neanche dalla massima perdita di quota pari a 28 m. Non è comunque escludibile che l'opera di presa sia a diversi metri di profondità, o che la livellazione del 1818 riporti sulle quote importanti errori di misura, per cui in assenza di una ricognizione in sito, possiamo ritenere affidabile l'assegnazione del punto SORGENTE e il relativo tracciato che da esso diparte. Nell'area era presente anche una seconda sorgente detta "Cerra", ma era a quota più alta, ed era probabilmente uno sfioro della Rivellese stessa.


 


Più precisi sono i riferimenti che l’autore Gino Mezzetti riporta nella sua opera “Le vie di una città”, (Tivoli, 1997), secondo cui l’Acquedotto Rivellese portò per la prima volta l’acqua potabile in città tramite fontane pubbliche. Nel 1561, mediante una condotta, l'acqua giunse a Piazza Trento, dove veniva impiantata una fontanina semplice, mentre in Piazza S. Croce ne fu costruita una monumentale. Dopo alcuni anni, venne costruita quella di Via del Trevio, poco prima della chiesa di S. Biagio, e tra il 1710 e il 1750, venne costruita mettendo in opera un antico sarcofago la fontana in piazza Palatina, poi rimossa nel 1880 per l'apertura del vano commerciale (in fig. 168 un presunto tracciato del percorso urbano che riforniva le fontane).


Esiste un altro documento proveniente dall'Archivio Storico Comunale di Tivoli dove vi è riportato lo schema delle derivazioni dell'acquedotto Rivellese, incentrato particolarmente sull'area cittadina. Sono riportati diversi edifici, molti dei quali non più esistenti o difficilmente individuabili. Accanto al bottino di presa è segnalato un "casale su il Monte della Casa Croce", mentre a metà percorso è (o era) presente il "casale del sig. Marchese Buratti". Sui monti sono segnalate vigne, oliveti e selve. Subito dopo i Cappuccini vi è il primo "ripartimento" tra la Casa d'Este e la Comunità, intesa come la città di Tivoli. Proprio qui dovrebbe terminare la planimetria con lo "spartimento" terminale: 2/3 della Rivellese andavano ad uso della città, 1/3 era deviato ad uso esclusivo del Palazzo Estense, dal quale un condotto di ritorno (presumibilmente un troppo pieno) era inviato al vicino Convento di S. Francesco degli Zoccolanti, attuale chiesa di S. Maria Maggiore.


Subito dopo questo primo "spartimento" ne seguivano un secondo e un terzo, posti a distanza ravvicinata, e difficilmente localizzabili: si trovavano comunque prima degli archi visibili sotto la Rocca fino al 1913, anno della loro demolizione. Tali archi segnavano una piega a 90° del tracciato, che proveniva con diverse curve dall'area dei Frati Cappuccini. I tre "spartimenti", con annessi bottini di controllo delle condotte, dovevano essere tutti raccolti in quest'area. Uno probabile si trovasse presso il Villino Mariotti, edificio sito in Via Mannelli 24, ora sostituito da una palazzina moderna. Il Villino Mariotti sorgeva sulla lottizzazione della Villa Lavaggi (già Santacroce) e nel suo terreno fu rinvenuta una conserva d'acqua ritenuta appartenente al Rivellese.


Nelle foto di archivio notiamo come sopra gli archi sia visibile la linea di demarcazione dello speco, mentre il ponte stesso sembrerebbe non avere alcun tipo di utilità viabile, nonostante in molte rappresentazioni appaiano carri con animali sopra di esso. In tale speco doveva trovarsi anche la quota parte che riforniva la "Casa Cesi", più noto come Palazzo Cesi, sito ai margini del "Barchetto", ex tenuta di caccia voluta da Ippolito II per prelevare l'area attorno alla Rocca. Nel 1606 il Barchetto fu incluso nella villa del cardinale Bartolomeo Cesi, il quale nel 1610 ottenne dalla comunità di Tivoli una derivazione del Rivellese per alimentare le fontane del suo giardino, in seguito ad un finanziamento del restauro dell'acquedotto affidato agli architetti Carlo Maderno e Carlo Lombardi. Il palazzo, passato a metà Ottocento ai Massimo, poi ai Sestili, infine ai Conversi, venne distrutto durante i bombardamenti del maggio del '44, al posto del quale sorse l'Arena Italia, poi Cinema Italia, un fabbricato oggi fatiscente accanto all'Anfiteatro di Bleso. Da Palazzo Cesi vi era un ritorno "sporco" (probabilmente acqua non più potabile) verso una certa "casa del Cicagna", che infine scaricava nuovamente l'eccesso alla Chiesa di S. Maria Maggiore.


 


Prima di andare sugli archi, un'ulteriore derivazione parallela all'attuale Viale Mannelli, portava una quota parte dell'acqua dei Cesi alla Casa S. Croce, probabilmente il cosiddetto Palazzo S. Croce che sorgeva accanto al Tribunale, ex-Riformatorio di Tivoli. Dopo la Rocca Pia, o forse nei suoi sotterranei, un ulteriore "spartimento" suddivideva l'acqua tra le fontane pubbliche e numerose proprietà private, probabilmente localizzato nell'attuale Via Aldo Moro. Notiamo come l'Acquedotto Rivellese entri nella Rocca Pia ad un'altezza di 5-6 m rispetto all'attuale piano viabile, curvando fortemente prima di finire sotto le possenti mura. La Rocca aveva il suo rifornimento idrico spillato direttamente dallo speco sottostante, in una grande cisterna sotto la torre nord-ovest, riutilizzata nel recente restauro come serbatoio antincendio. Tale cisterna, più nota come "Cisternone", riforniva di acqua anche le scuderie estensi, note a loro volta come "Stallone".


 


Buona parte dell’acqua Rivellese servì per rifornire di acqua potabile il Palazzo Estense e alimentare le fontane della parte alta della villa. Tale derivazione giungeva direttamente dai Cappuccini al Palazzo senza passare per gli archi. Questo appare possibile solo in caso di utilizzo di tubazioni di terracotta che, portando l'acqua in pressione, potessero affrontare in sotterraneo i 20 m di salto di quota riscontrabili tra i Cappuccini e Piazza Trento. Una seconda ipotesi, difforme da quanto riportato nella suddetta schematizzazione, vedrebbe l'acqua Rivellese passare tutta sugli archi, forse già partizionata tra "ramo estense" e "ramo della Comunità". Allo spartimento sito in Via Aldo Moro, realizzato nel "Barchetto", il ramo estense distribuiva l'acqua in tre direzioni: la prima entrava nel palazzo, alimentava la fontana di Venere al cortile, che a sua volta riversava lo scarico nel serbatoio del cortile d’ingresso, che riceveva altresì l’acqua piovana per poi alimentare altre fontane sottostanti. La seconda diramazione alimentava il grande serbatoio nel piazzale di fronte alla chiesa, adattato da cisterne romane che già servivano la villa sul cui sito fu costruita poi la villa estense, ed alimentava il giardino segreto e altre utenze del giardino alto. Tramite questo serbatoio si riempiva un altro serbatoio, ricavato entro sostruzioni romane, che alimentava la Fontana di Pegaso, la parte inferiore della fontana dell’Ovato e il “diluvio” (fontana poi di Nettuno) e gli scherzi della Fontana dell’Organo. La terza diramazione alimentava direttamente la fontana dell’Elicorno, oggi di S. Sebastiano nel giardino segreto. Gli scarichi delle fontane servivano poi ad alimentare le fontane in basso.


 


La portata modesta del Rivellese (5 litri/sec) non poteva essere utilizzata in presa diretta, ma solo tramite serbatoi, perciò le fontane alimentate e gli scherzi potevano essere utilizzate solo periodicamente. Tale apparato scenografico necessitava di portate d'acqua ben più ingenti, che solo qualche anno dopo l'allaccio del Rivellese richiesero la costruzione del cosiddetto Canale Estense che entra a monte della fontana dell’Ovato. A quel punto la Rivellese fu tagliata fuori dal rifornimento delle fontane e dedicata solo al consumo potabile. Il condotto, che compare nella pianta dello Stoopendaal dell'inizio del '600, venne scavato tra il 1564 e il 1565, e prelevava dal fiume Aniene una portata di 600-800 litri/sec. Era lungo 250 m, scavato interamente nel travertino, con sezione di altezza costante pari a 2 m, larghezza variabile tra 70 e 100 cm. Il rilievo del condotto è stato eseguito dall’associazione Culturale gli Spazi dell’Arte in collaborazione col gruppo Speleologico di Guidonia, nel 1995. Nel Novecento, fra le due guerre furono installate delle pompe ad “ariete idraulico” nella Fontana dell'Ovato, che non necessitano di energia elettrica, ma solo dell’energia cinetica prodotta dalla caduta dell’acqua lungo il dislivello. Tramite questa tecnologia sollevano l’acqua dell’Aniene fino ai serbatoi del cortile del palazzo, in modo che tutte le fontane vengono alimentate da tale acqua e da quella piovana raccolta nel serbatoio del Palazzo. La Fontana di Venere, visibile nel cortile interno, rimane formalmente la ‘mostra’ dell’acquedotto Rivellese, sovrastata da un busto di Costantino e fatta ad arco trionfale, ornata da un sarcofago-vasca.


 


L’Acquedotto Rivellese subì almeno tre interventi di restauro importanti, uno di essi testimoniato nell'iscrizione nella fontana presso S. Biagio, e nuove deviazioni furono costruite, come quella per alimentare il Convento di S. Anna. La gestione dell’acquedotto a metà tra gli Estensi e la Comunità, fu assai complessa, come nel caso del restauro del 1610, in cui la città di Tivoli pretese la costruzione di nuove condutture e nuovi bacini che la rifornissero dell’acqua suddetta. Nel 1614 si realizzò la creazione di un nuovo bottino presso l’orto dei Padri Cappuccini (ora scomparso, si trovava precisamente nel “sito delli RR. PP. Cappuccini attaccato al muro della Facciata della strada a mano dritta per andare verso la Chiesa”) con spesa di due terzi tra il comune di Tivoli, che aveva appunto due bocche d’acqua, e per un terzo del cardinale Alessandro d’Este, che ne aveva una sola. Il lavoro fu progettato da Carlo Lambardi e Carlo Maderno. Il cardinale Alessandro d’Este e i suoi eredi non furono mai troppo puntuali nei pagamenti riguardanti la gestione della loro quota d'acqua, scatenando dissidi continui con la Comunità per quanto concerne manutenzione e nuovi allacci.


 


Le arcate dell'acquedotto rivellese furono demolite nel 1913 come si legge nell'Inventario dell'Archivio Storico Comunale, curato da Mario Marino. La relativa perizia, datata 25 aprile 1913, fu redatta dall'ing. Emo Salvati, in qualità di capo dell’Ufficio tecnico comunale. L’ingegnere giustificò la demolizione del manufatto (peraltro già parzialmente intrapresa) con la necessità di compilare la nuova strada di circonvallazione del Prato di S. Giovanni, rilevando altresì che la costruzione né architettonicamente né artisticamente meriti di essere rispettata, non presentando nessun interesse storico, essendo di abbastanza recente costruzione e di pessima fattura, priva di linee architettoniche con archi irregolari e fuori centro. Sulla base della perizia e dei disegni del Salvati, il Consiglio comunale, con delibera del 31 maggio 1913, ordinò di procedere all’abbattimento della costruzione, giudicata fatiscente e antiestetica. Oltre a queste motivazioni, alcune fonti aggiungono che la sorgente stava ormai esaurendo la vena d'acqua, e che già da alcuni anni lo speco sopra gli archi era a secco. Riprese aeree evidenziano l'area dei demoliti archi, rimpiazzati dalle prime palazzine di Piazzale delle Nazioni Unite ancora in costruzione. Attualmente, sui muri della Rocca non rimangono segni evidenti dell'ingresso degli spechi, ma sappiamo che gli archi poggiavano nella parte finale sui resti murari del più antico castello "federiciano", antecedente la costruzione della Rocca Pia da parte di Pio II Piccolomini.


 


Probabilmente la mancata manutenzione dell'acquedotto e il suo non più sostenibile impegno economico, furono le reali motivazioni dell'abbattimento degli archi e della progressiva dismissione dell'acquedotto stesso. La situazione del condotto era già palesemente drammatica durante i primi anni dell'800, come descritto da Vincenzo G. Pacifici in "Documenti dell'inchiesta Napoleonica su Tivoli e circondario" (Studi e fonti per la storia della Regione Tiburtina, 1978). In questo scritto si propone un radicale restauro viste le ormai insostenibili condizioni del tracciato attuale, anche tramite l'utilizzo di manodopera forzata. La sorgente viene valutata di una capacità di 13 once (3,25 litri/sec nel 1810), proveniente da un'infiltrazione argillosa, come altre nella zona, le quali potevano essere allacciate alla principale per aumentarne la portata. In quegli anni il condotto risultava composto da parti in tubi di terracotta, e parti con speco a cassetta spesso scoperto. Nel 1794 vennero costruiti diversi abbeveratoi per evitare le forzature da parte dei pastori (1/2 oncia), che permettevano un abbeveraggio incontrollato del bestiame compromettendo fortemente la qualità dell'acqua. Le perdite lungo le tre miglia e mezzo di condotto erano comunque ingenti, nonostante i tre restauri avvenuti in poco più di 200 anni di vita dell'acquedotto. Agli spartimenti arrivavano quindi poco più di 2 once, che dovevano essere divise tra la Comunità, il Principe Santacroce, la Duchessa di Rignano e le Monache di S. Anna. Di estremo interesse la proposta che viene riportata in tale scritto, riguardante la possibilità di sfruttare il corso degli antichi acquedotti romani, in particolare quello erroneamente ritenuto dell'Aqua Claudia. In realtà si parla dell'Anio Novus e dei suoi condotti, che in quell'epoca erano in gran parte fruibili in una campagna quasi incontaminata, nella quale emergevano i pozzi ogni 125 piedi (ca. 37,5 m). Il ponte sul Fosso Arcese avrebbe ridotto il lungo percorso per superare il fosso omonimo compiuto dal Rivellese (1 km circa di costeggio del pendio) con 300 m di arcuazioni di epoca romana ancora fruibili. Unico problema di tale soluzione, oltre al recupero dell'antico speco in molte tratte interrato o distrutto, sarebbe stata anche la perdita di quota nel travaso tra l'Acquedotto Rivellese e l'Anio Novus, quantificabile in corrispondenza del Fosso Arcese in un valore compreso tra 10 e 15 m, mentre si riduce a soli 5 m agli archi del Rivellese prima della Rocca Pia.


 


È importante segnalare che in seguito all'abbattimento degli archi, l'Acquedotto Rivellese non smise di funzionare, ma venne interrotto al bottino presso i Cappuccini, i quali continuarono ad usufruire del rifornimento di tale acqua almeno fino al 1940. È attestato che il flusso diminuiva costantemente, e furono necessari continui lavori per il ripristino delle vecchie condutture in terracotta che di diramavano dal condotto principale. 


 



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