"Li mortacci tua.... e de' tu nonno in carriola"
Questa invettiva nasce dal più antico ospedale de Roma, quello di Santo Spirito in Sassia, nell’enorme Ala Sistina lungo la corsia si allineavano letti degli ammalati, ma quando il numero dei ricoverati aumentava per epidemie, si aggiungevano letti somiglianti a troni al centro delle corsie chiamati “cariole”: da qui deriva l’invettiva in dialetto romanesco “li mortacci tua e de tu nonno in cariola”, evidenziando la morte dell’avo in “cariola”, cioè in soprannumero.
In particolare la locuzione “e de tu’ nonno” viene usata per controbattere da chi ha ricevuto l’insulto e riversarlo su chi l’ha proferito. (Dice uno: «Li mortacci tua!» e l’altro replica: «…e de tu’ nonno!») o un’ulteriore forma estesa dell’ingiuria precedente è “li mortacci tua e de tu’ nonno in cariola”o per enfatizzare ancora di più: “li mortacci tua e de tu nonno ‘n cariola co le zampe de fora”.
Questa "classica" parolaccia romana assume contrastanti significati a seconda del tono, delle sembianze facciali e delle posture corporali che ne accompagnano l'espressione: può infatti significare, se accompagnata da un viso che manifesta meraviglia, sentimenti positivi di ammirazione, sorpresa e compiacimento per un evento fortunato o straordinario («Li mortacci tua, ma quanto hai vinto?»); oppure, con un viso ilare, gioia ed affetto per un incontro inaspettato e gradito («Li mortacci tua, ma 'ndo se' stato finora?»); oppure ancora comunicare sentimenti sia negativi che neutri: con un viso dall'aspetto contrariato o sconsolato, con un tono della voce alterato o sommesso, può rivelare, nello stesso tempo, rabbia o desolazione («Li mortacci tua, ma ch'hai fatto?»).
Mo' andatelo a spiegà a un'americano.... Tacci loro.
La consistenza "materiale" della parolaccia, il contenuto stesso infamante sparisce, diviene "metafisico", di fronte agli stati d'animo con cui viene pronunciata, e solo questi sono veramente reali.
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