Sul cosiddetto Giretto di Pio IV, a destra della Loggia di Paolo III, si trovano undici prigioni utilizzate per i prigionieri politici. Originariamente erano stanze costruite per i familiari di papa Gregorio XVI.
Nelle celle di Castel Sant'Angelo vennero tenuti prigionieri, tra gli altri, gli umanisti Platina e Pomponio Leto, Beatrice Cenci, condannata a morte nonostante la giovanissima età e le attenuanti, e Giordano Bruno, oltre ai patrioti italiani durante il Risorgimento
A differenza di Benvenuto Cellini, molti illustri prigionieri di Castel Sant'Angelo vi persero la vita. Tanti di questi furono vittime dei Borgia. Tra di essi, il cardinale Giovanni Battista Orsini; questi fu imprigionato in Castel Sant'Angelo con l'accusa di aver tentato di avvelenare papa Alessandro VI. Considerata la gravità dell'accusa, la madre e l'amante del cardinale, temendo per la sorte del loro congiunto, si presentarono al pontefice con un'offerta: una perla rara e preziosissima in cambio del cardinale. Nota era la debolezza dei Borgia per le perle (sembra che Lucrezia ne possedesse più di tremila). Il papa accettò la proposta, prese la perla e, mantenendo fede alla parola data, restituì il cardinale: morto.
I processi venivano svolti nella Sala della Giustizia, le esecuzioni capitali generalmente avvenivano fuori del castello, nella piazzetta di là dal Ponte Sant'Angelo, anche se numerose furono le esecuzioni sommarie all'interno del castello e nelle stesse carceri. Nella zona del cortile antistante la Cappella dei Condannati o del Crocifisso, nell'Ottocento venivano eseguite le condanne a morte mediante fucilazione. A ogni esecuzione di una condanna capitale suonava a morto la Campana della Misericordia, sulla terrazza ai piedi della statua dell'Angelo.
Le prigioni costituiscono lo scenario del terzo atto della Tosca di Giacomo Puccini, ambientata a Roma nel 1800: il pittore Cavaradossi, condannato a morte, finisce nel carcere di Castel Sant'Angelo; qui nel cortile viene fucilato e la sua amante, Tosca, per la disperazione, si uccide buttandosi dagli spalti del castello.
La superficie sottostante il Cortile della Balestra (detto anche Cortile del Pozzo) è occupata da una sequela di vani, che costituiscono le "segrete" di Castel Sant'Angelo. Tramite una porticina arcuata si accede ad un grande ambiente, detto il parlatoio. Attraversato questo primo grande locale si passa in un corridoio semicircolare sul quale, attraverso delle porte bassissime, si aprono tre anguste celle illuminate dalla fioca luce che penetra da strette inferriate sul cortile. Seguono altre due carceri - in cui sono stati di recente individuati affioramenti di creste del muro romano - anch'esse illuminate da piccole aperture. L'ultima di queste fu occupata per più di un anno da Benvenuto Cellini, che racconta nella sua Vita (I, 120), di aver disegnato durante la prigionia un Dio Padre e un Cristo Risorto di cui si possono riconoscere ancora le tracce sulla parete della cella. Quella del Cellini era la segreta più a ridosso della cisterna, composta da tre vasche comunicanti che dovevano essere a tenuta stagna: all'epoca l'acqua passava dall'una all'altra vasca attraversando dei filtri per la depurazione. L'acqua utilizzata era certamente quella del Tevere. Infatti dal 537, fino al 1570 (anno in cui fu riattivato l'acquedotto di Trevi) i romani utilizzarono quasi esclusivamente, anche e soprattutto per bere, le acque fluviali. Essendo ritenuta tra le più salubri d'Italia anche i papi, perfino quando si allontanavano dal Castello, usavano portarsi scorte di acqua tiberina in grandi quantità . Attraverso una porticina in cima alla scaletta della prigione del Cellini si arriva a un piccolissimo vano dove, a destra, si può vedere la latrina esterna da cui si sarebbe calato lo scultore fiorentino per l'evasione. A sinistra, invece, si scende nei due vasti ambienti delle oliare, dove entro 83 giare in terracotta - solo nel Novecento inglobate nel cemento - veniva conservato l'olio, utile per l'illuminazione e in cucina, ma anche arma micidiale se gettato bollente sui nemici dall'alto delle mura del Castello. Radialmente e lungo l'originaria galleria elicoidale seguono cinque grandi fosse circolari (vere e proprie paurose caverne): si tratta di silos per le scorte del grano con la capacità totale di 3700 quintali. Dalle prigioni, voltandosi verso la torre centrale, si può scorgere il finestrone della Sala della Giustizia, il tribunale dove venivano lette le atroci sentenze di morte ai prigionieri di Castello. Di qui passarono non solo i cardinali rei di congiure antipapali ma anche, tra gli altri, gli umanisti Platina e Pomponio Leto. Inoltre in questo temuto luogo Clemente VIII mandò al patibolo la parricida Beatrice Cenci, nonostante la giovanissima età e le attenuanti, e ordinò il supplizio di Giordano Bruno.
CENNI STORICI In base ai conti di pagamento dell'agosto 1503 risulta che la trasformazione di questi ambienti in prigioni si debba ad Alessandro VI Borgia. I locali però non sarebbero tutti di quest'epoca, molti infatti sono preesistenti. Il corridoio anulare è certamente di età adrianea (circa 135 d.c.) e serviva da collegamento per i vani già esistenti e poi per quelli da aprire o allargare. Al Borgia sembrano potersi attribuire l'ampliamento o l'adattamento degli ambienti per le prigioni, le fosse dei silos e, sul piano superiore, il pozzo con gli stemmi borgiani. Per quanto riguarda le oliare si può supporre fossero di epoca medievale, probabilmente anteriore a Bonifacio IX. La grande cisterna per l'acqua è sicuramente preesistente, probabilmente anch'essa già di età adrianea.
PRIGIONIERI ILLUSTRI Benvenuto Cellini Beatrice Cenci Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro
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