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I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre
- di Ale Staderini BusÃ
- 11 Gen 2019 alle 11.38
Focus Storia Libri
L’opera uscì in Germania nel 1976, due anni dopo la morte dell’autore, che vi si stava pazientemente dedicando da oltre un decennio.
Molto è stato detto e molto è stato scritto circa questo volume. Non vi è dubbio, ad esempio, che qua e là qualche infortunio e qualche imprecisione, determinata anche dalla mole dei dati da controllare, affiorino. Ma l’opera ha senz’altro il merito di ricostruire con una visione complessiva quel fenomeno straordinario e irripetibile che è stata la requisizione delle opere d’arte operata in Europa, ma anche in Egitto, dai Francesi fra il 1794 ed il 1814. Trattandosi di avvenimenti collegati a fenomeni bellici è chiaro che non sempre i fatti sono limpidi e a volte sconfinano in comportamenti certo non cristallini e moralmente condannabili. Di nuovo, rispetto a saccheggi e furti legati a precedenti epoche storiche, ci fu che i Francesi, e Napoleone in particolare, vollero (con un gesto di grande valore politico) che le requisizioni di opere d’arte rientrassero fra le clausole degli armistizi e dei trattati di pace. I quadri, le sculture, i tesori, passavano in mano alla nazione francese non per furto o per saccheggio (e in questo senso non è felice la resa del titolo) ma in seguito ad un accordo di diritto internazionale. L’altro grande merito di quest’opera è quella di essere citata ripetutamente in tutti i lavori che l’hanno temporalmente seguita e che ne hanno sviluppato questo o quell’aspetto. Si tratta dunque di un volume che ha aperto strade nuove, battute in seguito con maggiore dovizia di mezzi da altri.
Wescher ci fa conoscere più di un personaggio legato a quegli avvenimenti straordinari. Ma uno in particolare spicca sugli altri: Dominique-Vivant Denon, ovvero l’uomo che, nominato nel novembre 1802 direttore dell’allora Museo Centrale delle Arti (il Louvre), poi semplicemente Museo Napoléon, tale rimase fino al 1817, ovvero fin dopo la caduta di Napoleone stesso; l’uomo che personalmente selezionò nel corso dei suoi viaggi le opere d’arte da requisire a vantaggio del Louvre, o degli altri musei provinciali di nuova istituzione; l’uomo che organizzò il materiale una volta giunto in Francia: insomma, l’uomo del Louvre. Sul personaggio l’opera di riferimento è oggi Dominique-Vivant Denon. L’œil de Napoléon, catalogo (a cura di Marie-Anne Dupuy) dell’omonima mostra tenutasi al Louvre dal 20 ottobre 1999 al 17 gennaio 2000. In contemporanea con la pubblicazione del catalogo è stata inoltre edita la fondamentale corrispondenza amministrativa di Denon negli anni che vanno dal 1802 al 1815. Si tratta di oltre 4.000 lettere, oggi fortunatamente consultabili su Internet sul sito www.napoleonica.org.
La ricostruzione storica degli eventi si conclude con la restituzione della maggior parte delle opere d’arte agli stati di origine. Fra il 1814 (in minima parte) ed il 1815 il Museo Napoléon venne smantellato (anche se, lo si ripete, non pochi tesori vi rimasero, intenzionalmente o dimenticati). Anche qui, tuttavia, è merito di Wescher aver colto (senza poi svilupparne le conseguenze, perché argomento ulteriore rispetto allo scopo del volume) ciò che rimase di quell’esperienza. Scrive l’autore a p. 154: “Il grande Museo di Napoleone non finì tuttavia con la dispersione materiale dei suoi capolavori. Il suo esempio stimolante gli sopravvisse a lungo, contribuendo in modo decisivo alla formazione di tutti i musei europei. Il Louvre, museo nazionale di Francia, aveva dimostrato per la prima volta che le opere d’arte del passato, anche se raccolte dai principi, appartenevano in realtà ai loro popoli, e fu questo principio (con l’eccezione della collezione reale britannica) a ispirare i grandi musei pubblici dell’800.†E poco più in là (p. 155): “Il ritorno delle opere d’arte trafugate ebbe poi, di per se stesso, un effetto notevole e inatteso.... Esso contribuì a creare la coscienza di un patrimonio artistico nazionale, coscienza che nel ‘700 non esisteva.â€
Per quanto riguarda le vicende legate alle requisizioni di opere d’arte nei Paesi Bassi e nelle attuali Austria e Germania, alla restituzione delle medesime, agli effetti successivi alla vicenda, non solo da un punto di vista artistico, ma anche ai fini della propaganda politica legata ai conflitti del 1870, del 1914-1918 e del 1939-1945, non si può oggi non rimandare alla consultazione dell’eccellente lavoro di Bénédicte Savoy, Patrimoine annexé. Les biens culturels saisis par la France en Allemagne autour de 1800. Manca, purtroppo, in Italia un’opera di analogo respiro. Intendiamoci, esistono pregevoli lavori dedicati al fenomeno delle requisizioni in questa o quella regione del nostro Paese (soprattutto nei territori dell’ex Stato Pontificio, che fu senza dubbio il più colpito). Ne citiamo alcuni: Daniela Camurri: L’arte perduta. Le requisizioni di opere d’arte a Bologna in età napoleonica (1796-1815); B. Cleri, C. Giardini: L’arte conquistata. Spoliazioni napoleoniche dalle chiese della legazione di Urbino e Pesaro (Modena, Artioli, 2003); Cristina Galassi: Il tesoro perduto. Le requisizioni napoleoniche a Perugia e la fortuna della “scuola†umbra in Francia tra 1797 e 1815; Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati; Chiara Pasquinelli, I Furti d’Arte in Toscana durante gli anni del dominio francese; Gabriele Paolini “Simulacri spiranti, imagin viveâ€. Il recupero delle opere d’arte toscane nel 1815. Molto recente, poi, ed eccellente è il numero 111 (novembre 2013) della rivista online Engramma, dedicata alle spoliazioni francesi a Venezia. Ma l’impressione, come si diceva, è che manchi ancora un’opera con visione d’insieme e capacità di sintesi pari a quella della Savoy.
Un passo avanti in questo senso è stato compiuto con la pubblicazione nel 2009 di Veronica Gabbrielli, Patrimoni contesi. Gli Stati italiani e il recupero delle opere d’arte trafugate in Francia. Storia e fonti (1814-1818).
Molto è stato detto e molto è stato scritto circa questo volume. Non vi è dubbio, ad esempio, che qua e là qualche infortunio e qualche imprecisione, determinata anche dalla mole dei dati da controllare, affiorino. Ma l’opera ha senz’altro il merito di ricostruire con una visione complessiva quel fenomeno straordinario e irripetibile che è stata la requisizione delle opere d’arte operata in Europa, ma anche in Egitto, dai Francesi fra il 1794 ed il 1814. Trattandosi di avvenimenti collegati a fenomeni bellici è chiaro che non sempre i fatti sono limpidi e a volte sconfinano in comportamenti certo non cristallini e moralmente condannabili. Di nuovo, rispetto a saccheggi e furti legati a precedenti epoche storiche, ci fu che i Francesi, e Napoleone in particolare, vollero (con un gesto di grande valore politico) che le requisizioni di opere d’arte rientrassero fra le clausole degli armistizi e dei trattati di pace. I quadri, le sculture, i tesori, passavano in mano alla nazione francese non per furto o per saccheggio (e in questo senso non è felice la resa del titolo) ma in seguito ad un accordo di diritto internazionale. L’altro grande merito di quest’opera è quella di essere citata ripetutamente in tutti i lavori che l’hanno temporalmente seguita e che ne hanno sviluppato questo o quell’aspetto. Si tratta dunque di un volume che ha aperto strade nuove, battute in seguito con maggiore dovizia di mezzi da altri.
Wescher ci fa conoscere più di un personaggio legato a quegli avvenimenti straordinari. Ma uno in particolare spicca sugli altri: Dominique-Vivant Denon, ovvero l’uomo che, nominato nel novembre 1802 direttore dell’allora Museo Centrale delle Arti (il Louvre), poi semplicemente Museo Napoléon, tale rimase fino al 1817, ovvero fin dopo la caduta di Napoleone stesso; l’uomo che personalmente selezionò nel corso dei suoi viaggi le opere d’arte da requisire a vantaggio del Louvre, o degli altri musei provinciali di nuova istituzione; l’uomo che organizzò il materiale una volta giunto in Francia: insomma, l’uomo del Louvre. Sul personaggio l’opera di riferimento è oggi Dominique-Vivant Denon. L’œil de Napoléon, catalogo (a cura di Marie-Anne Dupuy) dell’omonima mostra tenutasi al Louvre dal 20 ottobre 1999 al 17 gennaio 2000. In contemporanea con la pubblicazione del catalogo è stata inoltre edita la fondamentale corrispondenza amministrativa di Denon negli anni che vanno dal 1802 al 1815. Si tratta di oltre 4.000 lettere, oggi fortunatamente consultabili su Internet sul sito www.napoleonica.org.
La ricostruzione storica degli eventi si conclude con la restituzione della maggior parte delle opere d’arte agli stati di origine. Fra il 1814 (in minima parte) ed il 1815 il Museo Napoléon venne smantellato (anche se, lo si ripete, non pochi tesori vi rimasero, intenzionalmente o dimenticati). Anche qui, tuttavia, è merito di Wescher aver colto (senza poi svilupparne le conseguenze, perché argomento ulteriore rispetto allo scopo del volume) ciò che rimase di quell’esperienza. Scrive l’autore a p. 154: “Il grande Museo di Napoleone non finì tuttavia con la dispersione materiale dei suoi capolavori. Il suo esempio stimolante gli sopravvisse a lungo, contribuendo in modo decisivo alla formazione di tutti i musei europei. Il Louvre, museo nazionale di Francia, aveva dimostrato per la prima volta che le opere d’arte del passato, anche se raccolte dai principi, appartenevano in realtà ai loro popoli, e fu questo principio (con l’eccezione della collezione reale britannica) a ispirare i grandi musei pubblici dell’800.†E poco più in là (p. 155): “Il ritorno delle opere d’arte trafugate ebbe poi, di per se stesso, un effetto notevole e inatteso.... Esso contribuì a creare la coscienza di un patrimonio artistico nazionale, coscienza che nel ‘700 non esisteva.â€
Per quanto riguarda le vicende legate alle requisizioni di opere d’arte nei Paesi Bassi e nelle attuali Austria e Germania, alla restituzione delle medesime, agli effetti successivi alla vicenda, non solo da un punto di vista artistico, ma anche ai fini della propaganda politica legata ai conflitti del 1870, del 1914-1918 e del 1939-1945, non si può oggi non rimandare alla consultazione dell’eccellente lavoro di Bénédicte Savoy, Patrimoine annexé. Les biens culturels saisis par la France en Allemagne autour de 1800. Manca, purtroppo, in Italia un’opera di analogo respiro. Intendiamoci, esistono pregevoli lavori dedicati al fenomeno delle requisizioni in questa o quella regione del nostro Paese (soprattutto nei territori dell’ex Stato Pontificio, che fu senza dubbio il più colpito). Ne citiamo alcuni: Daniela Camurri: L’arte perduta. Le requisizioni di opere d’arte a Bologna in età napoleonica (1796-1815); B. Cleri, C. Giardini: L’arte conquistata. Spoliazioni napoleoniche dalle chiese della legazione di Urbino e Pesaro (Modena, Artioli, 2003); Cristina Galassi: Il tesoro perduto. Le requisizioni napoleoniche a Perugia e la fortuna della “scuola†umbra in Francia tra 1797 e 1815; Napoleone e il Piemonte. Capolavori ritrovati; Chiara Pasquinelli, I Furti d’Arte in Toscana durante gli anni del dominio francese; Gabriele Paolini “Simulacri spiranti, imagin viveâ€. Il recupero delle opere d’arte toscane nel 1815. Molto recente, poi, ed eccellente è il numero 111 (novembre 2013) della rivista online Engramma, dedicata alle spoliazioni francesi a Venezia. Ma l’impressione, come si diceva, è che manchi ancora un’opera con visione d’insieme e capacità di sintesi pari a quella della Savoy.
Un passo avanti in questo senso è stato compiuto con la pubblicazione nel 2009 di Veronica Gabbrielli, Patrimoni contesi. Gli Stati italiani e il recupero delle opere d’arte trafugate in Francia. Storia e fonti (1814-1818).
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